Ornella Muti

All’anagrafe fa Francesca Romana Rivelli, nata a Roma nel 1955 da padre napoletano e madre estone, ma per il mondo è Ornella Muti: un nome d’arte così riuscito che sembra vero più del vero. Il debutto è già tutto un programma: quattordici anni, e il film si intitola La moglie più bella – come cominciare la carriera con lo spoiler nel titolo.

Gli anni Settanta e Ottanta sono un’infilata che non finisce più: il cinema d’autore, Hollywood che la chiama per fare la principessa Aura in Flash Gordon (e chiunque abbia visto quel film sa che dell’intera baracca ci si ricorda soprattutto lei), i francesi che la mettono accanto a Jeremy Irons e Alain Delon. E poi il dittico nazional-popolare con Celentano, Il bisbetico domato e Innamorato pazzo, che l’Italia conosce a memoria come le preghiere: c’è chi l’ha proclamata la donna più bella del mondo, e non risultano ricorsi in appello.

Ma la qualità che me la rende davvero simpatica è un’altra: la bellezza l’ha sempre portata con ironia, come un mestiere che le è capitato in sorte e che tanto valeva fare bene, senza mai prendersi troppo sul serio nelle interviste – merce rarissima nella categoria. Una che a Flash Gordon e a Celentano ha dato la stessa professionalità, il che è una forma di saggezza che i critici non hanno mai saputo classificare.

Cinquant’anni di carriera dopo, l’abbiamo vista co-condurre Sanremo con la stessa calma olimpica di sempre, a dimostrazione che certe categorie non invecchiano: si limitano a guardare gli altri invecchiare, con un mezzo sorriso.

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