Quando sono atterrato?

La prima volta che sono andato in Giappone era il 1999. Il mio aereo è atterrato ad Osaka, da lì avrei dovuto prendere un secondo volo per Tokyo; alle spalle avevo dodici ore di viaggio dormendo poco e male, per cui camminavo per l’aeroporto in quello stato di rimbambimento che conosce bene chiunque abbia attraversato mezzo pianeta in classe economica.

L’aeroporto di Osaka, il Kansai International, merita due parole: è costruito su un’isola artificiale in mezzo alla baia e il terminal è stato progettato da Renzo Piano. E’ una struttura luminosa e leggera, di quelle che sembrano stare in piedi per eleganza più che per ingegneria.

Provate a immaginare la scena: per raggiungere l’imbarco si cammina su un tappeto mobile; accanto c’è la corsia per chi preferisce andare a piedi e lì, in mezzo ai passeggeri, un robot puliva il pavimento. Un robot. Nel 1999. Quando qualcuno si avvicinava si fermava e accendeva una luce lampeggiante, come a dire: sono qui, non inciampatemi addosso.

Adesso mettete insieme i pezzi: l’isola artificiale, la stanchezza, le luci dell’aeroporto di Renzo Piano, l’odore di salsa di soia che arrivava dalla zona dei ristoranti, il robot educato. Ricordo esattamente il pensiero che ho fatto in quel momento, ed era una domanda: «quando sono atterrato?». Non dove: quando. Mi sembrava di essere arrivato nel futuro, dentro un film di fantascienza; per la precisione dentro Blade Runner.

La cosa buffa è che era vero, ma nel senso esattamente contrario. Ridley Scott aveva costruito la sua città del futuro ispirandosi alle metropoli asiatiche, per cui io non stavo vedendo un posto che somigliava al film: stavo vedendo l’originale da cui il film aveva copiato. Il futuro non era una previsione, era una fotografia.

Nei giorni successivi, e poi nei viaggi che sono seguiti – nel frattempo ho sposato una giapponese, quindi di occasioni per verificare ne ho avute parecchie – la sensazione ha trovato conferme continue, e non tanto per la tecnologia quanto per le faccende culturali: un mondo parecchio diverso da quello in cui sono cresciuto, che funziona secondo regole sue e che, bisogna ammetterlo, generalmente funziona.

Qualche giorno fa ho ritrovato le foto di quei viaggi e le pubblico qui sotto così come sono, con i loro colori da compatta di fine anni novanta. Ci sono i tetti di un tempio e la fioritura dei ciliegi a Tokyo, come da programma, ma anche le cose che mi divertivano davvero: un distributore automatico, lo Spam in vendita a Okinawa, l’olio extravergine italiano in bottiglia di plastica e il “Dodompa”, una montagna russa terrificante di cui magari racconterò un’altra volta.

Il robot dell’aeroporto oggi non stupirebbe nessuno: ne abbiamo tutti uno in salotto, che inciampa nei tappeti e si incastra sotto il divano. Eppure quando riparto per il Giappone la sensazione è sempre quella del 1999. Evidentemente il futuro non stava nel robot.

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