Questo ritratto lo scrivo con un pizzico di orgoglio municipale: Edwige Fenech, nata nel 1948 la vigilia di Natale in Algeria francese, madre siciliana e padre maltese – e da queste parti il cognome Fenech lo trovate sull’elenco del telefono a pacchi, per cui la consideriamo un po’ una di casa.
Arrivata a Roma nel 1967, in pochi anni diventa la regina indiscussa di due generi contemporaneamente, cosa che non riesce quasi a nessuno: la commedia sexy all’italiana – Ubalda, Giovannona Coscialunga e tutto il filone che ha allietato le seconde serate di una nazione intera – e il giallo di Sergio Martino, dove tra un’inquadratura e l’altra si faceva cinema di paura mica male (Lo strano vizio della signora Wardh, per dirne uno che i cinefili si passano ancora sottobanco).
Per decenni la critica seriosa l’ha snobbata, e qui arriva il terzo atto che vale tutta la storia: Edwige smette di recitare, diventa produttrice, e nel 2004 produce Il mercante di Venezia con Al Pacino – mica male per la regina di Giovannona. Nel frattempo dall’altra parte dell’oceano un certo Quentin Tarantino la venera al punto da infilarle un omaggio in Bastardi senza gloria, dove il generale britannico si chiama Ed Fenech. La critica passa, i tarantiniani restano.
Morale del ritratto: mentre i professoroni discutevano se fosse il caso di prenderla sul serio, lei ha fatto ridere l’Italia, tremare mezza Europa nei gialli, e poi ha prodotto Shakespeare con Al Pacino. Direi che la discussione si è chiusa da sola.

