Un giorno al secondo

ungiornoalsecondoQualche mese fa mi è capitato di incontrare su un autobus un signore dall’aspetto medio-orientale, non ricordo per quale motivo, forse lui mi ha chiesto un’informazione oppure io ho chiesto un’informazione a lui, fatto sta che abbiamo cominciato a chiacchierare. Parlava un buon inglese e sembrava capire il mio quindi, in un modo o in un altro riuscivamo a comunicare.

All’inizio la conversazione si è mantenuta sui canonici binari della superficialità: tempo, condizioni dell’autobus, traffico terribile… fino a che, a corto di argomenti, gli ho chiesto da dove venisse e lui ha risposto “dalla Siria”.

Il signore di cui parlo aveva probabilmente la mia età, aveva un aspetto molto dignitoso ed era sull’autobus perchè stava andando al lavoro. Guardandogli le scarpe ho immaginato che stesse lavorando come muratore.

Senza nessuna intenzione di ispirare compassione questo signore, di cui ho dimenticato il nome, mi raccontava di essere riuscito a lasciare il suo paese (clandestinamente) insieme a suo fratello ma di aver dovuto lasciare la famiglia nel suo paese di origine. Non aveva notizie della moglie e delle due figlie da più di tre mesi, dal momento in cui era riuscito ad ottenere una rocambolesca conversazione telefonica con un suo familiare. In quella telefonata aveva saputo del ricovero di sua madre in ospedale e poi il nulla.

Aveva gli occhi lucidi mentre parlava, io invece me la stavo facendo addosso.

Siamo abituati a vedere la guerra al telegiornale, la pensiamo come una cosa distante che ci riguarda ma limitatamente, occasioni per fare beneficenza. Invece le cose non sono così lontane, ci riguardano, ci devono riguardare.

Non ho più incontrato questo signore sull’autobus e non ho più pensato a lui fino ad oggi, quando ho visto questo video. Dura pochissimo, vi consiglio di guardarlo. Le parole finali del video sono quelle che più mi hanno colpito: il fatto che non stia succedendo qui non significa che non stia succedendo.

Lascia un commento

*