Chi era in Italia alla fine degli anni Novanta se la ricorda benissimo, anche se magari non ricorda il nome: Megan Gale, la ragazza degli spot Omnitel. Un metro e ottantadue di Australia, padre inglese e sangue maori dalla parte della madre, piovuta nelle pause pubblicitarie italiane nel 1999 e rimasta lì fino al 2006, con l’effetto collaterale di rendere le pause pubblicitarie più attese dei programmi.
La storia è quella classica ma che non succede mai nella realtà: vince un concorso per modelle a Perth a diciott’anni, gira il mondo, e poi un’azienda telefonica italiana la sceglie per una campagna. Il resto è storia patria: l’Italia si innamora in blocco, il cinema nostrano la arruola subito (Vacanze di Natale 2000, che definire cinema è generoso ma il botteghino ringraziò), e perfino l’ente del turismo australiano la nomina sua ambasciatrice in Italia – che è un capolavoro di diplomazia: promuovere l’Australia agli italiani usando il motivo per cui gli italiani non volevano più cambiare canale.
Poi, mentre da noi restava «la ragazza dell’Omnitel», a casa sua diventava un’istituzione: il contratto di moda più longevo d’Australia con i grandi magazzini David Jones, un marchio di costumi tutto suo e una carriera al cinema con dentro perfino Mad Max: Fury Road, dove fa la Valchiria – e se c’è un casting azzeccato nella storia del cinema è dare a Megan Gale il ruolo di una guerriera mitologica.
Oggi vive in Australia con il suo compagno e due figli, lontana dal circo mediatico quanto basta. E a noi resta quella piccola verità generazionale: per un’intera nazione il suo nome significherà per sempre «aspetta che c’è la pubblicità», che a pensarci bene è il complimento più sincero che la televisione italiana abbia mai fatto a qualcuno.

